In Italia, nell’ultimo anno, non si è mosso quasi nulla sulla libertà di stampa. Il quadro che emerge dal Media Pluralism Monitor 2026 è fermo, e per alcuni aspetti peggiora: il pluralismo dei media resta in area di rischio medio-alto, la Rai continua a essere esposta all’influenza politica e il fronte delle querele temerarie resta scoperto.
Un Paese fermo al 51%
Il rapporto colloca l’Italia nella fascia di rischio medio-alto, con un punteggio del 51% e il 15esimo posto sui 27 Paesi europei considerati. La media Ue è al 49%, quindi il dato italiano non è lontano da quello europeo, ma resta comunque un segnale di fragilità. Il giudizio complessivo non cambia rispetto all’anno precedente: nessun progresso sulla libertà di stampa, nessun passo avanti visibile sul terreno delle garanzie.
Il documento, elaborato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom, segnala criticità in più aree. La più delicata riguarda la pluralità del mercato, indicata ad alto rischio. Qui pesano la concentrazione della proprietà, la trasparenza insufficiente e la difficoltà di conoscere con chiarezza i titolari effettivi dei media. A questo si aggiunge la crisi della stampa tradizionale e la dipendenza dalle grandi piattaforme digitali per ricavi e distribuzione, un fattore che mette sotto pressione la sostenibilità del settore.
Rai, il nodo che resta aperto
Il passaggio più netto del rapporto riguarda il servizio pubblico. L’indipendenza della Rai dalla politica viene descritta come peggiorata, dentro un sistema che resta esposto alle influenze dell’esecutivo. Secondo gli esperti, la governance non è stata modificata in modo da rispettare i principi indicati dall’European Media Freedom Act. Il risultato è uno stallo che dura da tempo e che ha bloccato anche il funzionamento della Commissione parlamentare di vigilanza per 19 mesi, in assenza di un accordo tra i partiti.
Il rapporto richiama anche il tema delle nomine e della trasparenza, sottolineando che l’Italia non ha applicato le tutele recenti introdotte dall’Unione europea. Tra queste c’è proprio l’European Media Freedom Act, che chiedeva di rendere più trasparenti le nomine della governance Rai entro l’8 agosto. Per i ricercatori, il sistema italiano resta in contrasto con le nuove regole europee.
Querele temerarie e clima intimidatorio
Un’altra area sensibile è quella della protezione fondamentale dei giornalisti. Il rapporto parla di un clima intimidatorio che favorisce l’autocensura, legato a precarietà contrattuale, basse retribuzioni per i freelance e abuso di querele temerarie. È un punto che pesa sulla professione e che, secondo gli autori, incide direttamente sulla qualità dell’informazione.
Il dossier segnala anche che l’Italia non ha recepito la direttiva europea contro le querele temerarie, scaduta il 7 maggio. È un ritardo che si somma ad altri mancati adeguamenti normativi e che lascia scoperto un fronte già fragile. Nel rapporto compare anche il tema della tutela delle fonti, indebolita da episodi di sorveglianza tramite spyware contro giornalisti.
Le richieste al governo
Il report non si limita alla diagnosi. Formula anche raccomandazioni precise al governo italiano: una riforma complessiva della diffamazione, un quadro normativo per contrastare le querele temerarie, più tutela per whistleblower e fonti giornalistiche, e il divieto esplicito dell’uso di tecnologie di sorveglianza intrusiva.
Sul versante del mercato dei media, il rapporto chiede di rafforzare il sostegno al giornalismo indipendente, migliorare la trasparenza sui titolari effettivi e aggiornare il sistema anti-concentrazione. Per l’Agcom, la richiesta è di garantire accesso pubblico ai dati e di introdurre criteri che tutelino anche l’indipendenza editoriale.
Resta poi il nodo del conflitto di interessi, che il rapporto considera ancora irrisolto. Anche qui la richiesta è di una riforma più ampia, capace di affrontare i casi di controllo indiretto e di riguardare non solo il governo ma anche gli attori politici. È un passaggio che riporta il dibattito al punto di partenza: senza regole più solide, il pluralismo resta esposto e la distanza tra potere e informazione continua a ridursi.

