Carabinieri italiani durante un’operazione antimafia all’alba davanti a un edificio giudiziario.

Grazie ai criptofonini la ‘ndrangheta gestiva dal carcere un traffico di cocaina: 35 arresti contro la cosca Alvaro

All’alba del 22 luglio i carabinieri hanno eseguito 35 misure cautelari in carcere contro la cosca Alvaro di Sinopoli, nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria su traffico di stupefacenti, aggravante mafiosa, detenzione di armi e tentato sequestro di persona a scopo di estorsione.

L’operazione e le accuse

L’ordinanza è stata emessa dal gip Elsie Clemente su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli e dell’aggiunto Stefano Musolino. Gli arresti hanno riguardato diverse città italiane, dalla provincia di Reggio Calabria a Palermo, Catania, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila. Secondo l’impianto accusatorio, gli indagati avrebbero fatto parte di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dall’agevolazione alla ‘ndrangheta.

Nel provvedimento compaiono anche contestazioni per la detenzione di armi e per un tentato sequestro di persona a scopo di estorsione. L’indagine, stando agli atti richiamati nelle fonti, ha ricostruito un sistema criminale radicato tra Sinopoli e Sant’Eufemia d’Aspromonte, con attività che andavano dall’importazione della droga allo stoccaggio, dal trasporto fino alla rivendita.

Le chat criptate dal carcere

La prima fase dell’inchiesta ruota attorno alle chat criptate della piattaforma Sky ECC. Da quelle conversazioni, gli investigatori avrebbero ricostruito un traffico di cocaina gestito tra il 2020 e il 2021 da Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano, all’epoca detenuti nel carcere di Siracusa. Dalla cella, secondo quanto emerge, avrebbero continuato a impartire disposizioni con l’aiuto di familiari all’esterno.

Le comunicazioni avrebbero permesso di seguire i passaggi dell’organizzazione: i canali di approvvigionamento, i termini economici, le modalità di trasporto e le soluzioni per eludere i controlli. Gli inquirenti parlano di importazioni di cocaina dal Sudamerica attraverso il porto di Gioia Tauro, per un volume complessivo superiore ai 300 chili, tra carichi arrivati a destinazione e altri bloccati dai sequestri delle forze di polizia.

Il ruolo del porto di Gioia Tauro

Un passaggio rilevante dell’inchiesta riguarda il porto di Gioia Tauro. Le fonti riferiscono del coinvolgimento di portuali infedeli, che avrebbero aiutato il gruppo a esfiltrare la droga e, in alcuni casi, a modificare la black list utilizzata dalla Guardia di Finanza per monitorare i container sospetti. Secondo quanto riportato, i portuali avrebbero anche fornito informazioni utili ai trafficanti, indicando ad esempio l’uso di navi in transito o di container non refrigerati, sottoposti con minore frequenza agli scanner.

La Dda di Reggio Calabria, nelle parole riportate dalle fonti, considera questo aspetto uno dei punti più significativi dell’indagine, perché mostra la capacità del gruppo di inserirsi nei passaggi più delicati della filiera della cocaina.

La seconda fase e la rete dei corrieri

La seconda fase dell’inchiesta si è sviluppata tra aprile 2023 e luglio 2024 e, secondo gli investigatori, avrebbe confermato la piena operatività dell’associazione. In questa fase sarebbe emersa come figura centrale Francesco Alvaro, figlio di Vincenzo, con il supporto di una rete di sodali e di corrieri. Anche qui il ricorso ai telefoni criptati viene indicato come strumento stabile per coordinare i traffici.

Le consegne avvenivano sia con prelievi in Calabria da parte degli acquirenti, sia con trasporti organizzati dal gruppo, che in questi casi faceva pagare di più la sostanza perché si assumeva il rischio del viaggio. Per muovere la droga sarebbero stati usati anche autonoleggiatori compiacenti e veicoli messi a disposizione per spostamenti verso le principali direttrici dello smercio, tra cui Palermo e Catania.

Minacce e tentato sequestro

Nel corso dell’indagine è emerso anche un progetto di sequestro di persona ai danni di un acquirente palermitano, Alessandro Scelta, che non avrebbe saldato una fornitura di droga del valore di 500mila euro. Il piano, secondo gli atti richiamati, sarebbe stato sventato dalle attività investigative. In un altro passaggio, le fonti riferiscono di quattro corrieri arrestati in flagranza tra settembre 2023 e marzo 2024, con il sequestro di oltre 25 chili di cocaina pura.

Per il procuratore aggiunto Stefano Musolino, il riconoscimento dell’aggravante mafiosa rappresenta un elemento centrale dell’inchiesta. Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto e per la collaborazione con la Dda di Reggio Calabria.